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14 Febbraio 2012
In questi ultimi anni è diventato sempre più comune associare al tema della politica locuzioni che ne rappresentano in realtà la negazione: antipolitica, casta, astensionismo. Fa riflettere come tutto ciò avvenga in anni in cui l’innovazione tecnologica offre strumenti che facilitano la possibilità di condividere informazioni con molte persone, a grandi velocità ed a costi ridotti. Le nuove opportunità di comunicazione avrebbero potuto rilanciare il ruolo dei partiti come nodi di partecipazione, fisici e virtuali, dove confrontare idee ed elaborare proposte politiche. Questo non è avvenuto.
Ciò che è cambiato, invece, è l’organizzazione dei partiti: da strutture organizzative complesse fondate su rigidi sistemi di regole si è passati a strutture leggere con poche regole. Il risultato? La perdita di autorevolezza, l’incertezza dei ruoli, la cooptazione come sistema prevalente di attribuzione delle responsabilità, la disabitudine alla dimensione sociale e comunitaria della politica.
I partiti sembrano sempre più estranei ai cittadini. Gli attori della politica sempre più lontani dai partiti. I luoghi e i momenti delle decisioni politiche sempre meno noti e poco chiari. Invertire queste tendenze in atto si deve e si può. Questa è la sfida per qualsiasi partito, anche del Popolo della Libertà.
Questo percorso può iniziare con la stagione congressuale del PdL? Non è così semplice. Da un lato sto vedendo venire allo scoperto in tutta Italia persone che vogliono cambiare questo partito, che si presentano con mozioni congressuali chiare e dirette, stanche dei soliti documenti composti da decine di pagine di fredde analisi politiche, di vuota retorica popolare, di pleonastici richiami valoriali. Da un altro lato vedo che le numerose metastasi che affliggono il PdL sono dure da estirpare e provano a sopravvivere attraverso congressi consociativi che mirano a mantenere lo status quo per perpetrare una gestione del potere privatistica ai danni di una comunità politica che ha creduto e, in parte, ancora crede nel progetto politico di un grande partito di centrodestra.
Ci sono giovani coraggiosi che, consapevoli della forza del loro progetto politico, si presentano contro tutto e tutti, come a Siena, dove la casta si compatta e sposta il congresso a Bettolle (paesino a 50 chilometri di distanza dal capoluogo), per scongiurare la partecipazione dei giovani senesi, in buona parte studenti universitari. Ci sono giovani che pur di innescare un cambiamento provano a costruire patti intergenerazionali per promuovere progetti politici innovativi, provando a rompere il fronte consociativo attraverso il dialogo con le persone perbene di cui il partito è pieno, ma la casta anche in questi casi è pronta a muoversi con le buone e con le cattive pur di mostrare un’unitarietà di facciata che, quando raggiunta, vuol solo dire accordo temporaneo sulla spartizione degli interessi. Qualcuno crede davvero che un grande partito, con filoni culturali diversificati e numerosi iscritti al suo interno, possa essere normalmente unitario ad un congresso?
Io credo che, quanto meno, questi congressi stanno offrendo un’occasione infallibile per capire dove il Popolo della Libertà sia morto. Dove i congressi saranno unitari, lì sapremo che il partito è morto. Non tanto per l’evidenza che la gestione degli interessi e del potere abbia prevalso sul confronto politico e la ricerca del bene comune, quanto perchè risulterebbe chiaro a tutti come la classe dirigente del partito abbia consapevolmente rinunciato alla prima vera occasione di confronto democratico.
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